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Ora anche il riso è in crisi. Perché non parliamo anche di qualità per questo cereale?

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qualità del riso

 

Tempi duri per le commodity. Ha iniziato il latte, subito dopo è crollato il prezzo del grano e, visto che non c’è due senza tre, il riso ha pensato bene di inserirsi nella lista. Questi tre importanti alimenti della dieta mondiale non sono solo accomunati dal fatto che il loro prezzo non venga mai deciso o condiviso dai produttori bensì dal mercato internazionale, ma anche dall’analisi che ne viene fatta, almeno all’interno del territorio nazionale.

Nel caso del latte, la colpa è delle importazioni a basso prezzo che provengono dai paesi del Nord ed Est Europa.  E questo nonostante che l’Italia produca solo il 70% del fabbisogno e, quindi, per forza necessiti di importare latte. Di qui la una forte pressione per ottenere l’indicazione dell’area di produzione del latte da apporre in etichetta, nella speranza che il consumatore faccia una scelta di carattere geopolitico e non di gusto, di piacere, di carattere salutistico.

Molto simile la situazione del grano. Il prezzo è crollato perché dall’estero, e soprattutto dal Canada, arriva un grano di migliore qualità, per affermazione della stessa industria e di parte del mondo scientifico (ha un alto contenuto di proteina), a prezzi più bassi. Anche in questo caso la prima reazione è stata la solita richiesta dell’obbligo d’indicazione dell’origine della materia prima sull’etichetta. Ma poiché le procedure potrebbero essere lunghe, diversi gruppi, soprattutto al Sud, dove la crisi è più marcata, hanno puntato l’indice sulla salubrità o pseudo salubrità del grano di importazione, avviando una crociata sugli inquinanti che la pasta italiana, prodotta con grano estero, conterrebbe.

A questo punto la crisi del riso è “cronaca di una morte annunciata”. Certo, le cause vengono attribuite sempre alle importazioni selvagge e senza dazi, nel nostro caso alle ingenti quantità di riso importate dalla Cambogia e dal Myanmar ma, visto che tutte e tre queste materie prime sono commodity, non è venuto il momento di chiedersi che, forse, la soluzione non si può trovare chiudendo le frontiere bensì andando nella direzione opposta al prodotto unico? L’indicazione dell’origine sull’etichetta non servirà a nulla, per il semplice fatto che nessun valore è legato all’origine. E la politica dei dazi è vecchia quanto il mondo e se li applichiamo le ritorsioni sarebbero immediate. E il nostro comparto agricolo vive anche di esportazioni. E poi non dimentichiamo l’enorme problema dei migranti. Ci diciamo spesso che dobbiamo fare qualcosa nei loro paesi di origine, per incoraggiarli a restare e a non emigrare. Se poi applichiamo i dazi alle loro materie prime, non dobbiamo lamentarci se ci portano di persona i loro prodotti.

E allora non ci restare che percorrere la strada della diversità, del tutto differente, di un livello qualitativo deciso a tavolino. E siccome nemmeno i consumatori sono tutti uguali, c’è chi compra vino da 1 euro e vino da 5000 euro, allarghiamo la gamma della qualità delle nostre materie prime e facciamo in modo che si possano intercettare quei consumatori che non desiderano altro che quel livello qualitativo gli venga offerto. E’ possibile tutto questo? E perché no! Il latte, il grano, il riso, sono alimenti e, in quanto tali, sono composti da molecole aromatiche e nutrizionali. Molte delle quali sono esattamente le stesse. Oramai nel latte abbiamo dimostrato che si può decidere a tavolino il livello qualitativo desiderato. E disponiamo anche di indici sintetici per misurarlo. Così deve essere anche per grano e riso, anche se al momento su questi temi la ricerca latita. Ma non può non essere che così, perché le leggi della natura sono uguali per tutti. Disporre di un livello qualitativo prestabilito, che si può collegare a delle classi di qualità, permetterà all’agroindustria di differenziare la gamma del prodotto finito non in base alla tecnica di lavorazione, come avviene adesso o ad aggiunte (vitamine, fibre, betaglucani) più o meno inutili, bensì in base alla materia prima. Insomma, una rivoluzione per il settore. Una rivoluzione economica e soprattutto culturale e che avrà ripercussioni importanti sull’agricoltura, sui suoli e sulle coperture vegetali. Ogni prodotto avrà il suo prezzo, a prescindere dal mercato mondiale, e a quel punto non ci sarà bisogno dell’indicazione dell’origine e di imporre dei dazi. Il consumatore chiedere e cercherà “quel” prodotto, come oggi chiede “quel” vino, a prescindere dal prezzo e dall’origine.

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